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L’ITALIA DEL NOVECENTO: DAL REGIME ALLE TANGENTI Francesca Viscone
L’editore Donzelli pubblica tre saggi che offrono un importante contributo allo studio diacronico del Novecento italiano. Si tratta dell’opera di Salvatore Lupo, Il fascismo. La politica in un regime totalitario (Donzelli, pp. VI-456, e 29,95), e dei due volumi di Guido Crainz, Storia del mira, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta (Donzelli, pp. XIV-262, e 22,00) e Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta (Donzelli, pp. 628, e 29,00).
Nonostante solo i due lavori di Crainz facciano parte di un progetto continuativo e presentino differenti impostazioni d’analisi, tutti e tre, per continuità cronologica – ma anche per analogia di ricerca storico-scientifica – costituiscono un unicum che tratteggia, con dovizia di ricerca quanto di commento, quasi per intero il secolo appena trascorso.
Lupo assume come punto di partenza l’idea che sia «necessario distinguere la storia del fascismo dalla storia d’Italia nel periodo fascista». L’autore non si occupa della società, dell’economia, della cultura, cioè dell’Italia di quell’epoca, bensì del fenomeno politico in sé.
Nato con l’intento di realizzare «una vera e compiuta rivoluzione antidemocratica» servendosi di un grande movimento di massa, il fascismo – sottolinea lo studioso – si trasformò in regime, tradendo, agli occhi di molti dei suoi stessi fautori, l’idea rivoluzionaria dell’origine. Lupo evidenzia come esso fosse dominato da una volontà di contrapposizione totale, non solo verso gli avversari, ma anche nei confronti degli stessi membri del partito. Roberto Farinacci, per esempio, aveva l’abitudine di ripetere che «ogni fascista deve essere il carabiniere dell’altro». Anche in tal modo (oltre che col proposito di eliminare le frange intransigenti e rivoluzionarie) si spiegano le numerose espulsioni dal partito.
Al tragico epilogo di Salò è dedicata l’immagine di copertina che ritrae Mussolini in atteggiamento decisamente rassegnato ed inusuale, una scelta che suscita una certa perplessità circa l’efficacia della rappresentazione dell’intera vicenda storica e personale.
Il quadro storico del Novecento prosegue con i due volumi di Crainz. In Storia del miracolo italiano l’autore esamina un momento affascinante e complesso della vita nazionale, caratterizzato da fasi alterne di rottura e di continuità rispetto al passato e dall’interazione tra trasformazione democratica della società e forze conservatrici che tentavano di impedirla. Fino allo sprigionarsi di energie nuove, sia economiche sia intellettuali, che portarono al “miracolo economico”.
Uno scandalo inesploso: il Casellario politico centrale
Negli anni Cinquanta sopravvivevano strutture, comportamenti e mentalità consolidate nel ventennio precedente. Uno degli elementi di maggiore novità degli ultimi tempi per la storiografia (di cui hanno già parlato alcuni giornali senza suscitare tuttavia grande interesse) riguarda il Casellario politico centrale che, al contrario di quanto si credeva, continuò a funzionare anche durante la Repubblica. Come su queste stesse colonne abbiamo già avuto modo di evidenziare (cfr. Fulvio Mazza, Quei dossier nascosti, in Rnotes n. 9), tali fascicoli polizieschi controllavano ben 13.716 soggetti, fra cui personalità del calibro di Almirante, Parri, Pertini e Togliatti. Pur essendo di assai dubbia legittimità costituzionale (o, forse, proprio per quello), la documentazione è tuttora esclusa dalla consultazione degli storici.
>L’analisi continua con Il paese mancato, che giunge sino agli anni Ottanta. L’autore ricorda come il “miracolo economico” cessasse bruscamente tra il 1963 e il 1964, per lasciare il posto alla “congiuntura”, cioè ad una crisi economica temporanea. Nel suo nome prese l’avvio «un’offensiva decisa – se non brutale – delle forze e dei settori più conservatori, guidati dal governatore della Banca d’Italia Guido Carli e dal ministro del Tesoro Emilio Colombo». Quest’ultimo descriveva in una lettera al capo del governo, Aldo Moro, il «pericolo mortale» che correvano l’economia e la democrazia. Sarà Giulio Andreotti a sottolineare i risvolti «extraistituzionali» di queste preoccupazioni, destinate a prender corpo nell’estate di quello stesso anno, il 1964, quando la crisi del primo governo Moro fu accompagnata dal «sinistro “rumore di sciabole” del “Piano Solo” del generale De Lorenzo». Lo studioso approfondisce l’analisi del Sessantotto e, attraverso gli anni della “strategia della tensione”, si spinge fino alla morte di Aldo Moro e ai «funerali della Repubblica».
La conclusione dell’opera sembra un bollettino di guerra: il 30 aprile 1982 la mafia uccide La Torre; il 3 settembre Dalla Chiesa. Nel 1992 toccherà a Falcone e Borsellino. Reggio Calabria, tra il 1985 e il 1991, conta l’1% della popolazione italiana, ma ben l’11% degli omicidi. Infine, esploderà “Tangentopoli”. Crainz conclude con una domanda: è possibile che il “Palazzo” e «parti significative del paese» si siano nel frattempo avvicinate, ma solo nello «spregio delle regole» e nel «disinteresse per i valori collettivi»?
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