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L'ADDIO A ROSARIO RUBBETTINO SULLA STAMPA ITALIANA

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Trenta anni di storia
Rosario Rubbettino, fondatore dell'azienda, racconta in questa intervista ad Antonio Minasi i trent'anni di storia della Rubbettino.

Rosario Rubbettino, com'è cominciata quest'avventura? Prima l'industria grafica, poi l'editoria…

Questo fa parte del virus che ogni tipografo invariabilmente si porta dentro. Quello dell'inchiostro, dell'odore dell'inchiostro che si distribuisce sui rulli e sui fogli; dell'opera finale, qualunque sia lo stampato, che si aspetta, con un po' d'ansia e anche di impazienza, di veder uscire dalla macchina da stampa.

Un incontro "fatale" con caratteri, piombo, bozze… Com'è avvenuto?

Da ragazzo frequentavo un po' le tipografie per pubblicare uno di quei giornalini che si fanno negli anni della scuola. Mi sarebbe piaciuto, da grande, diventare giornalista, ma andando avanti negli anni, ho maturato l'idea di aprire una tipografia, con l'intento segreto di dar vita, successivamente, ad una casa editrice. Quel poco che sapevo di tipografia, l'avevo, dunque, imparato facendo i giornalini scolastici: la linotype, la correzione delle bozze… Per il resto non conoscevo nulla, neppure il più semplice linguaggio tecnico.

L' aspettava un lungo tirocinio!

Proprio così. Quando ho acquistato le prime macchine tipografiche erano macchine usate, acquistate di seconda mano, a rate. Non credo di aver fatto degli ottimi acquisti, però quelle macchine sono state lo strumento per affrontare questa corsa, questa sfida. All'inizio, ovviamente, ho dovuto arrangiarmi da solo; poi ho dovuto cercare una persona che potesse lavorare accanto a me e la cosa non è stata facile: a Soveria Mannelli, paese di tremila abitanti fra le montagne della Presila catanzarese, non c'erano tipografi. Ebbi la fortuna di trovare un apprendista che lavorava in una tipografia di Catanzaro, lo presi con me e insieme cominciammo a tirare fuori le prime stampe.

Ma non è che lei voleva creare la tipografia per stampare le sue poesie?

No, sono sincero, non era questo il motivo, infatti, non ho mai pubblicato nulla di mio.

Però nel cassetto nasconde qualcosa…

Non più perché, con il gran disordine che mi ritrovo, ho perso molte delle cose che avevo fatto da giovane, da ragazzo. Gli stessi libri o giornali su cui era apparso qualche mio scritto, me li stanno dando ora, a distanza di anni, amici che li ritrovano…

So, pure, che ci sono state altre giovanili…tentazioni!

È vero. Avevo appena terminato gli studi superiori conseguendo il diploma di ragioniere ed avevo partecipato, vincendolo, al concorso per la segreteria della scuola media. Potevo considerarmi più che fortunato ad aver trovato subito un posto di lavoro. Invece avevo voglia di fare altre esperienze; avevo tanti interessi ancora inappagati. Mi piaceva, per esempio, fare ricerche sul folklore, sui proverbi, sulle nostre tradizioni. E così mi sono avvicinato al teatro dialettale: ho messo su una filodrammatica e ne sono diventato il regista.

Ma poi l'impegno della tipografia è finito per diventare assorbente. Con quali problemi?

È stato difficile, più che altro, cominciare a produrre stampati di qualità, per la mancanza, lo dicevo prima, di una manodopera specializzata che, ovviamente, qui sul posto non c'era. Il tirocinio si è allungato, ma la testardaggine mia e dei collaboratori alla fine ha vinto ed oggi mi ritrovo con delle brave maestranze che riescono a produrre cose di pregio.

Ci sono ancora in azienda, dopo quasi trent'anni, operai del primo momento?

E sì che ci sono! A parte quell'apprendista di cui parlavo prima. Si chiamava Tommaso, era il ragazzo che, preso come apprendista, è diventato proto anche perché era l'unico. Tommaso era diventato sinonimo di tipografia Rubbettino. Chi aveva bisogno di fare qualcosa da noi, si rivolgeva indifferentemente a me o a Tommaso, perché ognuno dei miei collaboratori, anche oggi, - forse lei lo ha notato - s'immedesima così tanto nella sua attività che si fonde con l'azienda. Subito dopo arrivò Silvana, che allora era una ragazzina, oggi è il direttore della tipografia. Poi Salvatore, oggi capo reparto della sala stampa. Al suo arrivo è legato un momento particolare della vita dell'azienda: un macchinista, che non senza difficoltà ero riuscito a fare venire, ed altri due dipendenti decisero di aprire una tipografia per conto proprio. Si staccarono dalla Rubbettino ed io rimasi senza macchinista, l'unico che avevo. Ma, incredibilmente, l'episodio si trasformò in vantaggio per la vita dell'azienda. Eravamo in periodo natalizio e Salvatore, che era apprendista in Germania, era venuto a fare visita ai suoi parenti a Carlopoli. Pensai di provare ad offrirgli di lavorare con me. Fu ben felice dell'offerta e così decise di rientrare definitivamente dalla Germania. Ma ce ne sono ancora altri, assunti appena diplomati e poi rimasti fedeli a me e all'azienda, anzi con questa diventati un tutt'uno: Mario Colistra, Alfonso Costanzo, Maria Forte, Antonio Pascuzzi, Chiara Pascuzzi, Vincenzo Perri, Cesare Silipo sono con me da più di vent'anni. E poi tutti gli altri, assunti successivamente. Devo dire che, a parte quei tre che si staccarono per creare una nuova azienda e un paio di ragazzi che ho dovuto licenziare per motivi gravi, non c'è nessuno che sia andato via.

Qual è l'anno di inizio dell'attività?

È il 1972. A novembre del '72 fu fatto l'atto costitutivo. Anche stavolta successe qualcosa di curioso. Avevo una cartolibreria prima di cominciare l'attività tipografica - insomma i libri mi hanno sempre interessato - e contemporaneamente ero anche un agente editoriale che andava nelle scuole per proporre i libri scolastici agli insegnanti…

Che età aveva?

Sono nato nel 1941, quindi avevo 31 anni. Le stavo dicendo… Eravamo riuniti il notaio, i soci ed io. Stavamo per firmare l'atto costitutivo e se ne va la corrente elettrica, come spesso accade ancora oggi nei piccoli paesi. Dovemmo continuare a lume di candela. Qualcuno dei soci, decisamente superstizioso, interpretò la cosa come un segno negativo per l'azienda che stava per nascere. Ma si partì! Già nei primi mesi del '73 mi accaparrai Tommaso che cominciò il suo lavoro mettendo a posto un po' di scaffalature, di attrezzature. La prima nostra opera fu un manifesto da lutto, ma era la prima cosa che usciva dalla tipografia e ci sembrò qualcosa di straordinario.

E quindi l'attività tipografica arriva fino a quando?

Il primo libro è stato pubblicato nel marzo 1975.

Quindi abbastanza presto.

Sì, abbastanza presto. Anche se non avevamo attrezzature idonee per stampare i libri, mi lanciai ugualmente in quest'attività. Dunque, il primo libro… Era un saggio di Domenico Vircillo, un giovane professore universitario di Messina, pressoché sconosciuto, ma di gran talento. I suoi scritti erano stati molto apprezzati ed erano citati nella bibliografia della storia del pensiero filosofico di Geymonat. Feci comporre il testo da una linotypia di Cosenza, ma fare avanti e indietro da un'altra città non era molto agevole e così decisi di comprare una linotype soprattutto, a dire la verità, per evitare di dovermi assoggettare ad un tizio che prometteva la consegna del lavoro per un certo giorno e poi sistematicamente non manteneva l'impegno.

E così decise un'altra scommessa…

Beh, sì! A quel tempo la linotype era un'attrezzatura d'avanguardia per una tipografia. Chi possedeva la linotype era considerato un tipografo avanzato. Allora ci fu uno di quei rappresentanti che vendono macchinari che prevenne il mio desiderio di acquistare la linotype, ne parlò con il costruttore e lo convinse a venirmi a far visita. Quello che sto per dirle ora me lo raccontò il costruttore stesso quando comprai la seconda linotype. "C'incamminammo verso Soveria arrampicandoci lungo la montagna del Reventino. Più si andava avanti, più vedevamo i boschi infittirsi. Allora cominciai ad innervosirmi e ad inveire contro quel rappresentante che mi stava portando là dove, alla fine di quella strada, sicuramente non avrebbe potuto esserci una tipografia in grado di comprare una linotype". Quindi, le stavo dicendo, comprai questa prima macchina proprio per evitare la dipendenza da un terzo. Il desiderio di indipendenza mi ha spinto altre volte a comprare dei macchinari che non potevano essere - era facilmente intuibile - non potevano essere sfruttati al cento per cento e quindi ammortizzati nei quattro-cinque anni che di solito servono per riassorbire i costi. Ma, grazie a Dio, non restavano improduttivi. Capitò, anzi, che poco dopo si dovesse acquistare un secondo macchinario perché le esigenze di produzione erano cresciute in fretta.

La linotype, immagino, appartenga, ormai, quasi alla preistoria dell'azienda… Quali furono le tappe successive?

Nel 1976 la prima vera rivoluzione. L'azienda si dota di uno stabilimento industriale che viene ampliato ogni paio d'anni. Agli inizi degli anni Ottanta arrivano le nuove tecnologie e le linotype fanno posto ai primi sistemi di composizione elettronica, il piombo fa spazio alla stampa offset. È un momento straordinario e allo stesso tempo delicatissimo per il settore delle arti grafiche in generale. Nel giro di pochi mesi viene rivoluzionato il sistema di lavorazione, sostanzialmente rimasto immutato dai tempi di Gutenberg. Il piombo viene sostituito dai videoimpaginatori elettronici e la stampa viene realizzata col sistema offset.

Ha ragione, un'autentica rivoluzione!

Molte aziende non intuiscono che il passaggio è epocale per il settore: le professionalità vengono quasi azzerate, bisogna ricominciare con l'apprendere nuove tecnologie, le vecchie attrezzature divengono obsolete. Molte tipografie grandi, medie e piccole nel giro di poco tempo saranno costrette a chiudere. La Rubbettino non perde il treno, anzi è in anticipo sui tempi. Arrivano i primi videoimpaginatori e con essi la prima fotounità, i tavoli per il montaggio delle pellicole, i torchi, la prima macchina offset. Ogni nuova macchina introdotta nello stabilimento viene da tutti festeggiata e vista come un traguardo timidamente da sempre pensato, ma difficile da raggiungere. La prima macchina da stampa offset è un'Aurelia 44x64, poi il gran salto: un'Aurelia 70x100 a due colori un impegno finanziario per l'epoca abbastanza gravoso. Ma a questa si aggiunsero altre macchine sempre più sofisticate. Oggi l'azienda dispone di ben 23 gruppi stampa. L'ammiraglia è una macchina di formato 100x140 a 4 colori completamente automatizzata.

Ha mai pensato di trasferire altrove l'azienda, magari in un luogo più facilmente accessibile?

Chiunque arriva da me la prima cosa che mi chiede è: "Perché a Soveria e non almeno a Lamezia, o se non a Roma, Firenze…?" Io non ho mai pensato di andare altrove, perché questa cosa l'ho fatta per Soveria, la vedo strettamente legata a questo paese, sì con tutte le difficoltà che ovviamente un paese calabrese, di montagna, può comportare. Anche qui è possibile fare cose importanti, se si vuole.

Ma come ha fatto a conquistarsi la clientela? Il bacino locale non era del tutto inadeguato ad alimentarla?

Non ho mai immaginato, fin dal primo momento, che la mia clientela dovesse trovarsi esclusivamente o prevalentemente in loco. Siamo andati a cercarcela dappertutto… Allora, volgendosi altrove, è successo più di una volta che i nostri committenti si siano spaventati trovandosi davanti una azienda sconosciuta e per giunta del profondissimo sud, ma con la quale bisognava comunque incontrarsi in quanto vincitrice di gara… Ricordo quella volta dell'AEM, l'azienda energetica di Milano. Fummo primi nella gara per l'assegnazione della stampa della modulistica aziendale. Mi toccò andare a Milano, convocato d'urgenza da un allarmatissimo funzionario dell'azienda che reclamava assicurazioni e garanzie. Più o meno la stessa cosa accadde con l'ammiraglio Vignati, vicedirettore de La rivista marittima, organo ufficiale della Marina Militare italiana. Quella volta, però, anziché presentarmi io, mandai mio figlio Florindo. L'ammiraglio Vignati trovandosi davanti quasi un ragazzo, si confermò nel convincimento che era giunto il momento dell'ineluttabile declino della "sua" rivista che ha 130 anni di storia e alla quale dedica quotidiane e gelosissime cure. Non vorrei esagerare, ma penso di poter dire che l'ammiraglio Vignati è, oggi, uno dei nostri più affezionati estimatori.

Realtà editoriale in Calabria e nel Paese: rispetto a questi due poli come si pone la Rubbettino?

Beh, in Calabria la nostra è diventata la Casa editrice più importante o almeno quella che è più letta a livello nazionale. Le nostre pubblicazioni si trovano ormai in tutte le librerie italiane, sono recensite regolarmente da tutte le maggiori testate, quotidiane e non. A livello nazionale siamo dei piccoli editori tra l'altro situati in una estrema regione italiana. Però la cosa bella che capita molto spesso è riscontrare, negli ambienti culturali che contano, che la casa editrice è conosciuta. In più occasioni scrittori importanti o noti giornalisti hanno manifestato apprezzamento nei nostri confronti, ma non perché genericamente hanno orecchiato il nostro nome, ma perché conoscono il nostro catalogo, cioè fanno puntualmente riferimento ai nostri volumi che hanno letto, hanno studiato.

Come si caratterizza oggi il catalogo della Rubbettino? Intanto, quanti titoli accoglie?

Sono oltre 800 i volumi pubblicati.

È il catalogo storico?

È il catalogo storico. Adesso siamo arrivati a pubblicare oltre 100 titoli l'anno e molto merito va riconosciuto al nostro direttore editoriale, il dott. Giacinto Marra. La tipologia prevalente è di carattere umanistico. Abbiamo scelto di non entrare nell'area scientifica vera e propria e quindi ci muoviamo su un arco di interessi che va dalla storia alla politica. Alcuni volumi, poi, coprono nicchie di mercato: studi di medievistica, d'estetica, di scienze sociali; materie un po' più ricercate, non sempre presenti nei cataloghi di tutti gli editori.

Rispetto alle grandi imprese editoriali nazionali, rispetto alla politica della grande editoria, che poi in realtà è una concentrazione di quattro o cinque marchi che hanno almeno l'80% del mercato, che tipo di problemi si presentano per una casa editrice di medie o piccole dimensioni e soprattutto di una casa editrice che si trova ad operare prevalentemente in ambito meridionale?

Mah, intanto abbiamo escluso dalle nostre pubblicazioni la narrativa in genere perché è appannaggio dei grossi editori o di quelle sigle editoriali che possono disporre poi di strumenti di divulgazione che noi non abbiamo, tipo i quotidiani, i settimanali importanti, oppure addirittura le reti televisive. Allora non potendo far forza su una struttura di questo genere abbiamo preferito lasciare da parte la narrativa. Ci siamo concentrati, invece, soprattutto, sulla saggistica, ma stiamo sempre più affinando il nostro approccio, nel senso che saremo ancora più selettivi in futuro, in modo da poter annoverare sempre più nomi prestigiosi nel nostro catalogo.

La Rubbettino, mi pare, abbia un legame privilegiato con le istituzioni universitarie. È così?

Sì, a nostro giudizio bisognava avere rapporti con le università e un po' per volta abbiamo esteso il nostro raggio d'azione su quasi tutte le università italiane. Abbiamo cominciato da Messina e poi siamo passati via via alle altre università vicine a noi come Palermo, Catania e le Università calabresi; quindi Napoli, Roma, Milano, Venezia, Torino… Oggi abbiamo rapporti con molte università, molti autori, alcuni dei quali, come si può vedere dal catalogo, sono dei nomi importanti, autentiche autorità nel proprio ambito di competenza.

Nel contattare queste realtà ha incontrato inizialmente una certa diffidenza per un editore magari considerato un po' troppo periferico?

La diffidenza per la verità c'è stata nei primi anni, nei primissimi anni, ed è stata una diffidenza degli autori calabresi, ovviamente. Ma la cosa non mi ha sorpreso: noi calabresi non abbiamo fiducia in noi stessi e quindi questo essere succubi ed essere assoggettati agli altri ci ha sempre caratterizzato. Allora se una cosa è fatta a Milano è sicuramente più bella e più importante che non se è fatta in Calabria. E ovviamente nei primi tempi della nostra attività gli autori calabresi importanti non si sognavano certo di affidarci i loro testi. Devo dire che invece gli autori non calabresi hanno avuto fin dall'inizio fiducia in noi.

Allora si potrebbe dire con una frase abusata "Nemo profeta in patria", ma mi pare che questa sia una situazione un po' tipica di tutto l'ambiente calabrese, insomma diffidenza verso l'impresa, non soltanto editoriale, che nasce in regione.

Sì, ne sono proprio convinto, non è l'editore che trova difficoltà, sono tutti gli imprenditori calabresi. Sicuramente l'editore ne incontra di più perché la sua è un'attività un po' sui generis e si pensa, a maggior ragione, che un calabrese sia poco affidabile.

Qualche esperienza, forse un po' amara?

Le racconto un episodio. Probabilmente sa che tra le nostre attività tipografiche c'è la produzione di un catalogo di stampati scolastici che vendiamo in tutte le scuole d'Italia. Ricordo come fosse ora quella volta che un direttore didattico mi disse: "I nostri registri li abbiamo comprati da una casa di Milano perché sono fatti veramente bene". "Ah sì, dico, ma lo potrei vedere questo registro?" e me lo mostra dicendo "qua c'è questo, qua c'è quest'altro". Alla fine gli feci vedere il mio. Il nostro registro non solo aveva, nella sostanza, lo stesso contenuto di quello del grande editore milanese, ma anzi qualcosa di più e di più utile.

Come è finita?

Alla fine dovette arrendersi. Insomma, se il registro arrivava da Milano doveva essere, per definizione, certamente migliore di quello prodotto a Soveria Mannelli.

In una realtà come la Calabria, pensa di aver acquisito dei meriti rispetto alla promozione culturale della regione?

Questo non sta a me dirlo, non mi sento di dirlo. Meriti sociali sicuramente sì. Nella mia azienda, collocata in un piccolo paese, lavorano ormai settanta persone, in gran parte giovani. Credo, realisticamente, che questi ragazzi non avrebbero trovato lavoro qui, a casa loro, ma altrove, probabilmente lontano dalla Calabria. Dal punto di vista della promozione culturale credo d'aver fatto la mia parte e di poterla fare ancora.

E lei sta per iniziare una impegnativa operazione, la pubblicazione dell'Opera omnia di Leonida Répaci. Ecco, com' è nata questa ipotesi?

Conobbi Répaci alcuni anni fa e ci fu, devo dire, immediatamente un feeling tra noi. Lui mi prese a ben volere e credo che mi volesse anche bene. Mi disse che gli sarebbe piaciuto venire a Soveria per visitare la nostra sede, la nostra casa editrice. Allora per farlo venire con un pretesto si pensò di creare un Premio, il "Cariglio d'oro". Lui fu il primo a riceverlo. Répaci era contentissimo, sembrava tornato bambino quel giorno! Firmava gli autografi sui suoi libri, felicissimo. Ricordo che disse: "Io che ho sempre premiato tantissimi scrittori, solo una volta, moltissimi anni fa, ho ricevuto un riconoscimento importante in Calabria (il Premio Sila, n.d.r.); adesso questo premio mi appaga". E certamente si riconciliava un po' con la sua terra, le sue radici. Un rapporto, notoriamente, molto tormentato.

Che anno era?

Era il 1984. Un'altra volta pubblicai un suo poemetto La Pietrosa racconta che uscì in contemporanea con una edizione del Premio Viareggio. Volle che io andassi a Viareggio e così gli portai alcune copie del volume. Era contento a tal punto che io, tuttora, non riesco a capire come un autore come lui che aveva pubblicato tutti quei libri, con editori come Mondadori e altri importanti, potesse diventare, ad un tratto, così entusiasta, quasi fosse alla sua opera prima. Volle cenare da solo con me. Tutti - c'erano tante personalità - lo invitavano al loro tavolo. "No, diceva, io voglio stare solo con il mio editore" e mi raccontò tante cose. Successivamente mi disse che io avrei potuto pubblicare tutte le sue opere e facemmo un contratto in tal senso. Poiché i nostri contratti standard prevedono la cessione per venti anni dei diritti d'autore alla casa editrice, lui mi disse: "Venti anni mi sembrano un po' troppi, non credo che riuscirò a vivere tanto per questo contratto", ma poi lasciò vent'anni nella stesura definitiva. La pubblicazione delle opere di Répaci, secondo me, andava fatta in ogni caso. È un impegno che ho preso personalmente con lui, perciò a tutti i costi e con qualsiasi sacrificio io lo porterò a termine.

Ma le autorità regionali, le istituzioni culturali calabresi, hanno mostrato interesse per questo progetto?

L'edizione delle opere di Répaci fu annunciata, come le dicevo prima, già in occasione del "Cariglio d'oro". C'erano allora presenti alcune autorità regionali che, come accade in queste occasioni, si mostrano entusiaste per quello che si propone e pronte a promettere appoggi, ma la cosa non fu poi così. Solo dopo molto tempo sono riuscito ad ottenere dal Consiglio regionale, mi pare tre anni fa, una delibera nella quale si afferma che un contributo sarà erogato alla Rubbettino per la pubblicazione nell'arco di tre anni, di quattro volumi l'anno.

Cioè, complessivamente dodici volumi?

Le opere di Répaci sono di gran lunga più numerose, probabilmente una sessantina. Ovviamente non tutte sono pubblicabili perché alcune non hanno più interesse ad essere riproposte e alcune altre sono da sintetizzare in qualche modo. Ma, certo, diciamo che gli scritti importanti sono parecchi.

A chi è affidata la gestione editoriale dell'operazione?

È stato costituito un comitato scientifico del quale fanno parte Gabriella Sobrino, la segretaria del Premio Viareggio che è stata vicina a Répaci per tanti anni; Carlo Muscetta che lo stesso Répaci mi aveva indicato. C'è Luigi M. Lombardi Satriani, c'è Walter Pedullà, ci sono Armando Veneto e Santino Salerno, rispettivamente sindaco e assessore alla cultura di Palmi. Si sta lavorando alacremente. Sembrava si potesse giungere in fretta alle prime pubblicazioni invece è stato piuttosto complesso.

Quali volumi sono stati pubblicati finora?

Abbiamo cominciato con quello delle Poesie, che è stato curato da Dante Maffia. Sono già in lavorazione altri quattro e credo che si andrà avanti più speditamente. La garanzia ci viene, anche, dal prestigio e dall'autorità dei curatori.

Altri ricordi di Répaci? Cosa le raccontava della Calabria, del mondo editoriale, dei premi letterari?

A Viareggio mi disse che preferiva stare con me anziché con gli altri perché non avevano nei suoi confronti quell'affetto e quella stima che lui desiderava.

E quando venne a Soveria?

A Soveria disse: "Questa è una piccola Atene della cultura".

Mi diceva che il Cariglio d'oro cominciò con Leonida Répaci e poi negli anni successivi…? Era un premio annuale?

Sì, era un premio annuale che veniva dato ad una personalità calabrese che avesse, con la sua opera e con la sua vita, dato lustro alla Calabria. Il premio - ne abbiamo fatto nove edizioni - ora è sospeso, ma ritengo che vada ripescato ed è anche per questo che ho fatto costruire all'interno del nostro nuovo stabilimento una bella sala convegni…

Oh, ma perché "Cariglio"?

Il cariglio è un albero che vive e vegeta qua, tipico della zona. È la quercia maschio e quindi ha il significato di qualcosa di robusto, qualcosa di forte. La quercia è già una cosa importante, il maschio della quercia lo è ancora di più.

Parliamo del nuovo stabilimento tipografico, un tema a lei particolarmente caro…

La nuova struttura è la conclusione di un sogno, quei sogni che sembrano impossibili, ma che con un po' di testardaggine si possono poi anche realizzare. In questo sono stato aiutato tantissimo dall'entusiasmo dei miei figli, forse non l'avrei neanche pensata una cosa del genere se non ci fossero stati loro. Il nuovo stabilimento, si estende su un'area di 9.000 metri quadrati, ha attrezzature sicuramente all'avanguardia, potenzialità per sopportare qualsiasi produzione importante, sia dal punto di vista qualitativo, sia quantitativo. Ci consentirà sicuramente di entrare in mercati nuovi, forse anche in mercati internazionali. Intanto ci ha permesso di aumentare la mano d'opera occupata. Siamo già arrivati a settanta persone e sicuramente ne assumeremo delle altre. Sono tutti giovani - l'età media dei nostri dipendenti non supera i trent'anni - tutti qualificati, tutti ormai padroni del proprio mestiere.

E le caratteristiche salienti del nuovo stabilimento, quali sono?

Partiamo dalla pre-stampa. Si è cercato di creare ambienti confortevoli tali da consentire a ciascuno di trascorrere le ore di lavoro il più serenamente possibile: riscaldamento, aria condizionata, sedie e tavoli ergonomici, vetrate che fanno intravedere da parecchi punti un verde diffuso. Ci sono anche delle attrezzature imponenti. Ora io non vorrei esagerare, ma gli addetti ai lavori che hanno visto la nostra pre-stampa assicurano che è una delle più e meglio attrezzate d'Italia. E questo mi convince perché io stesso ho visitato importanti industrie grafiche a Milano (al momento di acquistare i macchinari mi hanno voluto far vedere come altre aziende li avevano sistemati) e posso affermare che non hanno nulla più di noi. Anzi, mentre noi abbiamo creato una situazione di lavoro accogliente, nelle industrie che ho visitato erano tutti ambienti adattati alla buona.

Il fiore all'occhiello?

Fiore all'occhiello del reparto è il computer to plate Lüsher formato cm. 120x160, la nuova rivoluzionaria tecnologia che consente di saltare tutte le fasi intermedie di montaggio manuale e di incisione delle lastre per uscire direttamente dal computer su lastra, con evidenti vantaggi in termini qualitativi e di tempo. È veramente formidabile!

E quali novità ci sono nel settore della stampa?

Il reparto stampa oggi possiede ben tre macchine nuove. Due Heidelberg che si aggiungono alle altre quattro-colori che avevamo prima, completamente automatizzate, e da poco tempo, come dicevo, è arrivata l'ammiraglia, che è una macchina che stampa nel formato 100x140, a quattro colori, velocissima.

Quante copie l'ora?

Quindicimila! È una cifra impressionante per una macchina così grossa, così imponente!

È arrivata, mi pare, con dei tir dalla Germania…

Sì, abbiamo filmato l'arrivo di cinque tir che trasportavano questa macchina prodotta dalla tedesca KBA. È occorso un mese abbondante per montarla. Sono arrivati dalla Germania due operai specializzati e successivamente altri due di supporto. Quindi è seguito un corso d'addestramento del nostro personale di tre settimane.

E così dopo la composizione, l'impaginazione e la stampa, arriviamo alla fase finale…

Il reparto di legatoria ed allestimento, completamente autosufficiente, è dotato di varie piegatrici, una raccoglitrice in linea con Monostar Muller Martini, due accavallatrici automatiche di cui una la Bravo sempre della Muller Martini, tre cucitrici a filo refe, una plastificatrice automatica, tagliacarta robotizzati…

Insomma, una azienda veramente in prima linea!

Nella sua esperienza c'è anche quella di editore di giornali…

Un'esperienza certamente positiva è stata quella di Cittàcalabria che dal punto di vista dell'immagine ha accresciuto la credibilità della nostra azienda grafica, ma che lungo la strada ha incontrato tante difficoltà di tipo organizzativo ed ambientale.

C'è da ricordare, pure, Il Piccolissimo...

Il Piccolissimo nella sua estrema semplicità costituì uno strumento di "pronto intervento", di dibattito a caldo, che trovava fedele all'appuntamento settimanale un pubblico di lettori affezionati.

Ed oggi?

La Rubbettino pubblica, in qualità di editore, numerose testate: L'Acropoli, Archivio di Etnografia, Calabria Letteraria, Cassiodorus, Città d'Utopia, Daedalus, Filologia antica e moderna, Le forme e la storia, Nosside, Ora locale, Panorami.

Diceva, prima, che a spingerlo verso il nuovo, sono stati i suoi figli, Florindo e Marco.

Un padre quando parla dei figli, rischia sempre di dare l'impressione di raccontare delle storie "alla Pierino". Ma non posso tacere di essere profondamente soddisfatto dei miei figli. Ho sempre avuto fiducia nei giovani in generale. Non sono uno di quelli che dice 'ai miei tempi…'. Ritengo che i giovani, oggi, siano più pronti, più preparati, forse anche più imprenditivi che non in passato. Purtroppo, però, in Calabria non possono esprimere a pieno queste loro capacità e piano piano si adeguano all'andazzo di un ambiente di basso profilo con il quale, fatalmente, si finisce col convivere.

Non a caso lei ha voluto che i suoi figli compissero gli studi universitari fuori regione…

Non sono stato io a farli studiare fuori, per la verità; è stata una loro scelta. Florindo desiderava iscriversi a Scienze Politiche, una facoltà inesistente in Calabria. Per forza di cose occorreva andar fuori. Tra le due Università private importanti, la Bocconi a Milano, la Luiss a Roma, provò alla Luiss. Sono università a numero chiuso, come lei sa, perciò bisognava sostenere un pre-esame. Risultò fra i primi. Non ha perso tempo, si è laureato nei termini previsti con il massimo dei voti e la lode. Credo che un padre possa essere soddisfatto. Il secondo, Marco, fu quasi obbligato ad andare a Roma, perché bisognava che stesse assieme a qualcuno, quindi chi meglio del fratello? Fece anche lui la domanda per l'ammissione alla Luiss. Un accesso, stavolta, più difficile perché l'università cominciava ad affollarsi ed il pre-esame era diventato molto più selettivo. Marco, in ogni caso, fu ammesso e anche lui si è laureato in Economia e Commercio nei tempi stabiliti.

E ultimati gli studi universitari entrambi hanno fatto la scelta di impegnarsi nell'azienda paterna…

Sì, entrambi. Io non ho fatto nessuna pressione, veramente, nessuna pressione su di loro. Entrambi sono parsi entusiasti di questo lavoro e d'altra parte si vede da come si muovono in azienda. Florindo sembra che sia sempre vissuto in una casa editrice. Eppure nessuno dei due ha messo piede in azienda prima della laurea perché erano impegnati tutto l'anno fuori e quando rientravano per le vacanze estive, l'azienda era chiusa. Un aneddoto. Marco, da studente, si era recato a Napoli dove noi partecipavamo a Galassia Gutenberg. Mi telefona eccitato ed entusiasta, la sera, dicendomi che era andato a far visita al nostro stand Gerardo Marotta, Presidente dell'Istituto Italiano di Studi Filosofici, il quale aveva parlato della casa editrice in termini molto lusinghieri. La cosa fece piacere più a me che a lui, perché capii quanto Marco in quel momento mi stimava, quanto stimava il padre che era riuscito a fare un qualcosa che un personaggio così illustre pubblicamente aveva lodato. Sia Florindo sia Marco dopo la laurea, compiute alcune esperienze di studio e di stage fuori, si sono tuffati nel lavoro. A loro giudizio avrebbero imparato più in fretta inserendosi, da subito, nella routine dell'azienda.

Una soddisfazione per il papà!

Una gran soddisfazione perché, a parte il fatto che mi sento più tranquillo, un'azienda come la nostra ha senso se ci sarà chi ne potrà garantire la continuità nel tempo a venire.

Un'azienda che vuole andare lontano, la Rubbettino. Per questo il logo della casa editrice è rappresentato da un carro trainato da due aquile? Com'è nato questo logo?

Veramente ci è stato suggerito da un docente dell'Università di Messina che lo affidò al prof. Saverio Di Bella, all'epoca collaboratore della casa editrice. Rappresenta Mercurio, il dio protettore delle attività imprenditoriali, noto per la sua rapidità. È raffigurato in genere con le ali ai piedi. Nel nostro caso c'è una reinterpretazione originale: tiene le redini della biga, trascinata in volo dalle aquile!

Ha portato fortuna questo marchio!

Direi di sì. Io lo trovo pure bello. Non ho sentito mai nessuno affermare che questo è un marchio brutto.

Vorrei allargare ora il discorso al contesto più generale dell'editoria italiana. Quali scenari si prospettano?

Delineare gli scenari entro cui si muovono gli editori italiani è un'operazione piuttosto complessa. I dati relativi alla produzione libraria pubblicati dall'ISTAT evidenziano che in Italia si pubblicano più di 50.000 titoli all'anno. Un'offerta di dimensioni rilevanti, soprattutto se si guarda a quelli che sono i dati sul commercio e la lettura di libri in Italia. All'interno di questo grande pentolone che è l'editoria italiana è possibile osservare una sempre crescente divaricazione tra grande e piccola editoria. Questo fenomeno è determinato dalla tendenza della grande editoria ad accentuare sempre di più la propria struttura a carattere industriale, dovendo fronteggiare una concorrenza che diviene sempre più spietata. Si rende necessaria perciò quella strategia di crescente industrializzazione che consente all'impresa di sopportare costi minori e di poter applicare le economie di scala. Tutto ciò spesso è ottenuto a scapito del prodotto libro, che diviene sempre di più una merce, perdendo la propria diversità di prodotto culturale. Un fenomeno che negli Stati Uniti ha raggiunto dimensioni macroscopiche!

E sappiamo che l'America anticipa sempre i fenomeni che si riproporranno in Europa!

Proprio così. A completare il quadro va ricordata la crescente concentrazione, dovuta a numerose acquisizioni, da parte dei gruppi editoriali maggiori, di sigle editoriali minori, spesso di qualità. Tutto ciò significa che il ruolo dei piccoli editori di qualità diviene sempre più prezioso. Non è semplice all'interno di questa categoria distinguere tra chi esercita tale professione offrendo un prodotto di qualità e chi, al contrario, contribuisce ad incrementare la già consistente offerta libraria italiana con opere di scarso rilievo, che nessuno leggerà mai.

Ma come si spiega, allora, la presenza di tanti piccoli editori? E non sempre tutti di qualità?

Si spiega con il fatto che nel settore editoriale non esistono rilevanti barriere all'entrata. I costi complessivi per produrre un'opera non sono proibitivi, per cui è normale che nel settore si affolli un numero consistente di operatori. Le difficoltà vere e proprie intervengono in un secondo momento, quello della distribuzione, in cui le barriere all'entrata divengono molto più consistenti.

Quali sono le caratteristiche strutturali del mercato del libro in Italia?

In tutti i paesi l'industria del libro assume dimensioni modeste se confrontata con gli altri settori dell'attività produttiva. In Italia, tuttavia, questo squilibrio risulta ancora più accentuato per due motivi strutturali.

Le ragioni?

Innanzitutto il mercato dei libri italiani si colloca entro confini piuttosto ristretti, che sono poi quelli coincidenti con i confini del territorio nazionale. Ciò deriva dal fatto che la lingua italiana non è una lingua molto diffusa all'estero. L'ISTAT ha accertato che il 62% degli italiani non legge un libro nel corso di un anno, dato questo che colloca l'Italia nelle ultime posizioni dei paesi industrializzati. Da un'altra indagine risulta che il 29,2% dei laureati non acquista un libro nell'arco di dodici mesi, mentre il 62% dei giovani non entra in libreria nell'arco di tre mesi. Il 22,8% degli italiani, inoltre, afferma di non possedere in casa alcun libro che non sia scolastico.

Immagino che questi dati differiscano notevolmente a seconda delle aree geografiche di riferimento, riflettendo in gran parte i tradizionali squilibri economici e culturali della società italiana.

È così. Se ci spostiamo nelle regioni meridionali, la percentuale di italiani che dichiara di non possedere alcun libro in casa sale al 33%. Se si dà un'occhiata ai dati di assorbimento per provincia delle vendite in libreria si scopre che il 46% delle vendite si registra nelle regioni settentrionali, il 38% nel Centro e solo il 16% nelle regioni meridionali e nelle Isole.

Approfondiamo, un attimo, il discorso della distribuzione che, mi pare d'intuire, è molto problematico per le case editrici…

La stragrande maggioranza delle attività editoriali (libri, giornali, editoria scolastica) è localizzata al Nord; situazione che si riflette contemporaneamente anche nella distribuzione. Ad aggravare la situazione è arrivato, in tempi recenti, il fenomeno delle concentrazioni e delle alleanze incrociate tra imprese editoriali e imprese di distribuzione; fenomeno che incide non soltanto sulla presenza in libreria, ma sulla promozione in generale dei volumi pubblicati. È gioco forza, allora, che il piccolo editore sopporti i danni di una distribuzione impostata in questo modo. Siamo al punto che, molte volte, il libro debba piacere al promotore perché abbia fortuna.

Addirittura!

Noi cerchiamo di metterci in contatto preventivamente con il nostro distributore nazionale…

Cioè la PDE.

La PDE. Ciò non toglie che bisogna mantenere anche dei contatti frequenti con i promotori per illustrare loro ciò che stiamo pubblicando…

Vorrei capire: il promotore chi è, un funzionario del distributore?

Il promotore è un funzionario del distributore che va in anteprima presso le librerie con il "copertinario" di tutti gli editori che distribuisce. A questo punto è ovvio che si presenta con una mole di libri che il libraio non può assorbire interamente. Allora se si tratta di libri che sono stati pubblicizzati in modo massiccio o che si presume saranno accolti nelle rubriche televisive o sulle pagine culturali dei giornali, incontrano l'interesse del libraio (anche se questo non impedisce, poi, che finiscano sui banchi delle librerie pubblicazioni inutili, molte volte insignificanti). Il libro di un piccolo editore che non può fare quel tipo di pubblicità parte notevolmente svantaggiato. Allora è il promotore che deve riequilibrare, possibilmente, i valori in campo illustrando in modo convincente i titoli che propone.

Però chi ha in realtà l'ultima parola è il libraio.

Sì, sicuramente è sempre il libraio, però il promotore può fare un bel lavoro.

La sperequazione Nord-Sud anche in quest'area d'attività comporta costi maggiori per l'editore meridionale?

Se guarda la tabella relativa alle vendite in libreria nelle singole regioni noterà come il mercato librario in Calabria sia di dimensioni assai modeste e come il Mezzogiorno assorba circa il 16% delle vendite, mentre la fetta più grossa del mercato è collocata nelle regioni centro-settentrionali. Gli editori con "vocazione nazionale", con una produzione che aspira a raggiungere il mercato nazionale, devono prima di tutto mirare a raggiungere quelle aree in cui è collocata la maggiore domanda di lettura. Mentre per gli editori del Centro-Nord questo non risulta particolarmente difficile, per gli editori meridionali comporta delle difficoltà aggiuntive. Essi devono quindi cercare di raggiungere prima di tutto il mercato del Nord, cercando di essere presenti in libreria ed acquistando una certa visibilità. Ma per far questo c'è bisogno di ricorrere ad un distributore, il quale finirà per assorbire la maggior parte del costo del libro. Ecco perché la rilevanza che la distribuzione assume per gli editori meridionali è ancor maggiore della già alta rilevanza che essa assume per gli altri editori del resto d'Italia. Questi ultimi, come accennavo, considerano prioritario soddisfare le aree in cui operano, coincidendo queste con le zone di più alta lettura, e solo secondariamente spostano la propria attenzione al mercato meridionale, sopportando così costi distributivi minori.

Tutta "colpa" del Nord?

Certamente no. Ciò che fa soffrire ulteriormente la distribuzione al Sud è l'inadeguatezza della stragrande maggioranza delle librerie. In Calabria, per dire, le vere librerie si contano sulle dita delle mani; per il resto sono cartolibrerie, cioè negozi non specializzati che assieme ad altro, vendono anche libri.

Ma cosa c'è veramente all'origine: strutture inadeguate o scarso interesse per la lettura?

Questo è il classico discorso del cane che si morde la coda. Qualcuno che cerca libri c'è e non li trova; il libraio, a sua volta, afferma che avendo un giro d'affari modesto non ha convenienza a mantenere un'offerta ricca e varia. La verità, secondo me, è che alcuni librai non sono veramente specializzati, né motivati a promuovere la lettura, perché preferiscono vendere cose più remunerative che non il libro che, è risaputo, non produce grandi guadagni né per l'autore, né per l'editore, né molte volte per il libraio.

Nella promozione del libro la recensione dei giornali, a suo giudizio, ha una funzione decisiva nel motivare all'acquisto? O, paradossalmente, potrebbe sortire l'effetto contrario, nel senso che il lettore leggendo una recensione fatta bene potrebbe concludere dicendo "ho capito cosa dice quest'autore, quindi è inutile comprare il libro". Insomma, sul volume d'affari dell'editore incide e quanto l'attenzione che gli dedicano i media?

È sicuramente un incentivo alle vendite. È meglio comparire che non comparire, ovviamente. Sono convinto che le recensioni non producano grosse quantità di vendite, però se non ci fossero il libro rimarrebbe veramente sconosciuto. Da quell'altro punto di vista - può essere un boomerang essere recensiti? - secondo me, no. No, perché al lettore bisogna vendere un libro che gli interessi veramente, altrimenti il boomerang sarà dopo quando chi acquista un libro e ne rimane deluso perché non sufficientemente informato, memorizzerà in negativo anche il nome dell'editore.

La Rubbettino che spazio ha sulla stampa nazionale?

Direi che ha un ottimo spazio. C'è stata una volta che su Il Sole 24 Ore siamo stati al quarto posto in classifica come numero di recensioni apparse nel mese. Ovviamente, la quantità di libri prodotti, il nome della Casa editrice, le conoscenze presso i redattori ed i responsabili delle "terze pagine", sono tutti fattori che hanno la loro incidenza. Noi, purtroppo, non abbiamo una rete di conoscenze diffuse e, soprattutto, influenti. Le recensioni che abbiamo ottenuto sono il frutto dell'apprezzamento del recensore per il libro. Sono convinto che sia importante fare buoni libri altrimenti anche l'amicizia e la simpatia dei redattori possono soccorrere poco. In sintesi, diciamo che c'è una buona attenzione per i nostri libri da parte della stampa. Ma, certamente si può fare meglio.

Ma non pensa che i grandi editori hanno, comunque, un accesso privilegiato ai media?

Sicuramente sì. Del resto lo vediamo: scrittori ormai affermati, autori di best seller, sono sempre recensiti, sono dappertutto in televisione, invitati nelle trasmissioni radiofoniche. È questo che incentiva poi veramente le vendite perché influenza sia il pubblico, sia i librai. Ma bisogna pure dire che libri mediocri alla fine non hanno retto all'impalcatura costruita ad arte dall'editore.

La recensione di un suo libro particolarmente significativa…?

Indubbiamente quella de La mafia durante il fascismo di Christopher Duggan, storico di Oxford, allievo di Denis Mack Smith. Il volume fu pubblicato prima in italiano e poi in inglese. Leonardo Sciascia - era l'88 - lo recensì con grande evidenza sul Corriere della Sera e fu proprio in questa occasione che parlò, per la prima volta, dei "professionisti dell'antimafia" innescando la polemica che tutti ricordiamo. Tra le tante recensioni mi piace ricordare anche quella del Sole 24 Ore sulla intera prima pagina dell'inserto culturale domenicale dedicata alla nostra collana "Biblioteca Austriaca".

Oggi oltre alla Rubbettino stabilimento tipografico e Rubbettino editore c'è anche una Fondazione Rubbettino. Com'è nata?

La Fondazione è stata un po' un'idea del dott. Giacinto Marra, il nostro direttore editoriale. È una struttura che abbiamo creato insieme con l'Amministrazione provinciale di Cosenza e che ha come scopo la promozione culturale, la diffusione del libro e l'educazione alla lettura. In pochi mesi di vita ha già realizzato moltissimi interventi, soprattutto nelle scuole.

C'è una singolarità in questa esperienza della Fondazione: un ente pubblico, la Provincia di Cosenza, che si associa con una struttura privata. Mi pare un segnale abbastanza interessante per la Calabria!

Sì, interessante ed importante. Mi ha entusiasmato che un ente pubblico abbia accettato la nostra proposta e si sia unito a noi. Tenga poi presente che è l'Amministrazione provinciale di Cosenza, non quella di Catanzaro. E l'Amministrazione provinciale di Cosenza avrebbe potuto dire: siamo poco interessati perché la sede della casa editrice non è nel nostro territorio. Il presidente di un'altra Amministrazione saputo della Fondazione si rammaricava: "Noi queste cose non possiamo farle perché non abbiamo soldi". Il che significa che, purtroppo, gli enti calabresi sono abituati a ricevere in continuazione richieste di contributi e pertanto confondeva la nostra iniziativa - dove la Rubbettino aveva investito già centocinquantamilioni di lire - con le tante iniziative spesso mirate a spremere sussidi dagli enti pubblici.

Insomma, un bell'esempio di non campanilismo da parte di Cosenza?

Effettivamente bisogna dare merito alla estrema lungimiranza dei politici di quella Amministrazione.

È un momento questo di frenesia, in tutti i campi, di alleanze, di fusioni, di incorporazioni. La Rubbettino ha avuto o ha progetti in questo senso?

No, non desideriamo incorporare alcuno e tantomeno essere assorbiti da altri marchi. Collaborazione con altri editori, questo sì. Intanto siamo soci dell'AIE, l'Associazione Italiana Editori. È recente la diffusione di una rivista-catalogo comune con la casa editrice Società Aperta, catalogo che abbiamo distribuito a quarantamila persone, un target selezionato. Sono titoli incentrati, prevalentemente, sul tema del liberalismo. Ci siamo associati, insomma, in quest'occasione, con un altro editore che aveva le nostre stesse finalità; ma escludo, almeno per il momento, accorpamenti o fusioni con altri editori.

Mi pare che la Rubbettino sia presente, spesso, in manifestazioni e rassegne, sia nazionali sia internazionali. Con quali intenti?

Abbiamo da sempre partecipato alle manifestazioni fieristiche di settore, almeno in Italia (Salone e Fiera del Libro a Torino, Galassia Gutenberg a Napoli…). Per quanto riguarda l'estero siamo presenti alla Buchmesse, la Fiera di Francoforte che poi è la rassegna più importante del libro a livello mondiale. Per il futuro contiamo di partecipare ad altre fiere specializzate in altri paesi.

Ma queste occasioni creano utilità per l'azienda, o è soltanto una questione di prestigio?

È innanzitutto una questione di prestigio: bisogna esserci per essere annoverati tra le case editrici che producono libri di qualità. Ma ci sono pure delle utilità, anche se non in termini economici immediati. È là, infatti, che s'incontrano autori, che si scambiano idee con altri operatori, che si fa vedere la propria produzione senza costringere la gente a sfogliare il catalogo, o, comunque, farsi conoscere da persone che invece il catalogo lo vogliono sfogliare ed esaminare attentamente e che, in ogni caso, gradiscono un contatto diretto con l'editore.

Ci sono state occasioni d'approccio con realtà straniere?

Sì, naturalmente. Abbiamo tradotto molti libri importanti pubblicati all'estero. La Rubbettino, per esempio, è la casa editrice italiana che più di tutte si occupa di saggistica relativa all'Ungheria. Nel catalogo sono ormai numerosi i titoli dedicati a questo paese. Il nostro interesse nasce dalla constatazione che le due culture, quella italiana e quella magiara, hanno molti elementi in comune, spesso non sufficientemente approfonditi e conosciuti. Nell'aprile del 1999 ho ricevuto a Budapest dalle mani del Vice Ministro della cultura ungherese, Jozsef Pal, l'Alta onorificenza della Repubblica d'Ungheria "Pro Cultura Hungarica", come segno di gratitudine per questa nostra attenzione al loro paese. Un altro esempio è la collana "Saggi brevi di Sociologia" diretta da Paolo Jedlowski, che traduce opere inedite in Italia. Un progetto, poi, di grande respiro è, come le dicevo prima, la collana "Biblioteca Austriaca" diretta da Dario Antiseri, Lorenzo Infantino, Massimo Baldini e Sergio Ricossa che propone in Italia importanti classici della scuola austriaca di economia e scienze sociali mai pubblicati in Italia. Abbiamo inoltre tradotto testi pubblicati all'estero dalla Oxford University Press, dalla Cambridge University Press, dalla Longmann, dalle Edition Complexe, solo per citare qualche nome. E poi due nostre recenti antologie rispettivamente di Friedrich von Hayek e Ludwig von Mises, due dei giganti del pensiero liberale del XX secolo, sono state tradotte addirittura in Russia. Così come in Russia è stato tradotto un nostro manuale di Diritto romano. In Germania è stato tradotto il nostro volume Il diavolo mio fratello di Giovanni Franzoni, in Ungheria il saggio Verso la libertà di Miklós Vásárhelyi mentre sta per essere pubblicato dalla Routledge di Londra il volume Ignoranza e libertà di Lorenzo Infantino. Assai importante è mantenere un contatto con le agenzie letterarie che si occupano esclusivamente di trasferire i diritti fra i vari editori che producono collane simili. Un intreccio di rapporti che la partecipazione alle Fiere, soprattutto quella di Francoforte, rende possibile. Recentemente abbiamo realizzato, occupandoci anche della stampa, l'edizione in lingua tedesca di un nostro volume che un importante tour operator donerà ai clienti che acquistano un pacchetto-viaggio con destinazione la Calabria.

La Rubbettino, da oltre un anno ormai, per acquistare maggior visibilità, ha avviato la pubblicazione di un suo "house organ", il periodico Rnotes, allineandosi ad analoghe iniziative di altri - due o tre - grandi editori. Non le sembra un po' troppo ambizioso?

Ma credo che in parecchie cose siamo stati molto ambiziosi e non ce ne vergogniamo, per la verità. Ricordo un vecchio adagio: "Chi punta al sole di mezzogiorno, colpirà certamente più alto di chi punta alla siepe". Questo nostro periodico, Rnotes, sta incontrando veramente tanto successo: è letto attentamente e ciò è quel che conta perché le cose inutili, che sono messe da parte o buttate nel cestino, sicuramente non interessano ad un editore.

Torniamo a parlare della Rubbettino azienda tipografica. Immagino che anche qui non manchino preoccupazioni e soddisfazioni…

Sì, ci sono tante cose importanti che abbiamo fatto. Enumerarle tutte sarebbe veramente difficile e richiederebbe, forse - scusi l'immodestia - un volume a parte. Ricordo, soltanto, le cose più recenti, quelle di ieri e dell'altro ieri. Intanto l'annuario degli alberghi della Valle D'Aosta; la strenna della Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania; poi una rivista trimestrale, "Geometri", destinata a tutti gli iscritti all'albo nazionale dei Geometri e quindi con una robusta tiratura; la rivista della Camera di Commercio di Ferrara e quella dell'Ismea. Moltissimi stampati, tra cui le guide dello studente, per l'ISU di Milano, per l'Edisu di Napoli e l'Ersu di Urbino. Stampiamo, pure, come accennavo prima, la bellissima rivista, con relativo supplemento, per la Marina Militare, la Rivista Marittima, un corposo mensile interamente a colori. Vi scrivono personaggi autorevoli che affrontano temi di storia, politica internazionale e, ovviamente, di strategia militare. Sono tantissime le cose che noi stampiamo per altri editori, per enti pubblici e anche per singoli appassionati che s'impegnano nella pubblicazione di periodici locali. Proprio oggi, il direttore di una di queste testate - decisamente consistente per essere realizzata da due-tre persone mentre le apparenze fanno pensare ad una schiera nutrita di redattori - dicevo, questo direttore è venuto da me ed io ho pensato che si attendesse un "ma quanto siete bravi!" (e sarebbe stato giusto dirglielo), invece veniva a ringraziarmi perché, rispetto a tutte le esperienze precedenti di stampa fatte altrove, da noi, finalmente aveva trovato la garanzia di un prodotto grafico assolutamente eccellente. La nostra azienda pubblica dallo stampato semplice al lavoro di grande pregio, perciò occorre essere attrezzati sia per una manifattura veloce sia per una manifattura ragionata, ma che abbia, in ogni caso, alla fine, un esito inappuntabile, di totale soddisfazione per il cliente.

Quali sono secondo lei i punti di forza dell'azienda grafica Rubbettino?

Prima ancora del non trascurabile parco macchine che fa della Rubbettino, una delle meglio attrezzate aziende grafiche del Mezzogiorno, io direi l'organizzazione del personale, la piena identificazione con l'azienda, l'accoglienza cordiale riservata alla nostra clientela, la rapidità con cui vengono eseguite le commesse e la puntualità con cui vengono sempre rispettati i tempi di consegna, la qualità che ci sforziamo di dare a tutti gli stampati, anche a quelli ritenuti poco importanti.

Non possiamo non concludere la nostra conversazione soffermandoci, fatalmente, sul fenomeno che sta connotando fortemente l'inizio del Millennio: la sfida del futuro elettronico, l'inchiostro sostituito dai bit, la carta che cede il posto a supporti digitali…

È uno scenario con il quale tutti gli operatori del settore grafico-editoriale devono necessariamente misurarsi nel lungo periodo. Ma ritengo che piuttosto che pensare ad una riconversione si debba ragionare su come utilizzare al meglio i vantaggi di queste nuove tecnologie che sono numerosi, sia nel campo tipografico che in quello editoriale. Internet, per esempio, rappresenta una straordinaria risorsa se utilizzata al meglio. E non deve meravigliare che il caso più eclatante di commercio elettronico su scala mondiale sia proprio quello di una megalibreria virtuale. Dal canto nostro, siamo presenti su Internet con un nostro sito all'indirizzo www.rubbettino.it nel quale presentiamo diversi prodotti e servizi, dalla vendita on-line dei libri, alla realizzazione di preventivi personalizzati per i nostri clienti, dalla offerta per le scuole al cartellone delle manifestazioni culturali. Dal nostro sito è anche possibile scaricare tutti i numeri della rivista Rnotes.

Il libro, i giornali, come li conosciamo oggi, sono destinati, allora, a scomparire?

Penso - e lo spero pure - proprio no. Il libro è durato, come supporto, cinquecento anni e probabilmente è destinato a restare con noi ancora per un bel po'.

Cosa glielo fa pensare?

Un libro pesa poco, nelle edizioni tascabili (ma anche in quelle hardcover) può entrare in una tasca o in una borsa, gode di una straordinaria facilità di consultazione, è un oggetto che è bello a vedersi e accessibile a tutti. Ha ragione Eco: il libro è ancora la forma più maneggevole e più comoda per trasportare l'informazione.

Allora, per il momento, pericolo scampato?

La rivoluzione digitale ha modificato profondamente le abitudini di giornalisti, scrittori ed operatori del settore grafico e tipografico, ma il prodotto finale, che sia un giornale o un libro, non è cambiato, e anche la più moderna macchina di stampa non è particolarmente innovativa.

Però la rivoluzione digitale avanza inarrestabile, sembra voler conquistare tutti gli spazi esistenti...

Certo, molti libri sono ormai disponibili sulla rete o hanno assunto la forma di un Cd-Rom. Ma ha mai provato a leggere un libro sullo schermo di un pc? È un esercizio difficile, noioso e privo di qualsiasi fascino. Nessun computer, nemmeno il più potente e collegato alla Grande Rete, potrà mai competere con un libro o con un giornale. E credo che anche l'e-book di Bill Gates, pur se sicuramente conquisterà nuovi mercati, non intaccherà quello tradizionale dell'editoria, almeno da qui a dieci anni. Per previsioni a più lungo termine, beh, dovrebbe interpellare un mago!

Termina qui la conversazione con Rosario Rubbettino. Ci conosciamo ormai da parecchi anni, ma le occasioni di incontro e di "avventure" comuni - indimenticabile quella di Cittàcalabria - non è che siano state tantissime. Però è stato sempre come un dialogo alla lontana, in sostanza mai interrotto, perché ogni volta che ci si riincontra è come riprendere un discorso lasciato poco prima. Sia consentito, allora, anche all'intervistatore portare la sua personale testimonianza di amicizia e di stima per quest'umile - sì ho detto "umile", nel senso più nobile della parola - imprenditore meridionale che ho trovato sempre sollecito a raccogliere, con prontezza uguale alla prudenza, i suggerimenti per nuove intraprese, attento a misurare rischi e benefici, non soltanto economici, del nuovo che gli si prospettava: comunque sempre pronto a partire. In tutti i sensi. Come quella volta che lo convinsi a recarsi a Toronto, aggregandosi ad una "spedizione" ahimè quanto scombinata! - organizzata dalla Regione Calabria, con l'intento di concretizzare un antico sogno, quello di una rivista destinata agli emigrati calabresi. Di Rosario Rubbettino mi hanno colpito sempre la modestia e la tenacia, che in qualche caso, nel bene e nel male, vogliono dire pure testardaggine; il mettere un punto fermo e lì chiudere il discorso o da lì partire verso traguardi che in molti casi appaiono indiscutibilmente ambiziosi. E questo suo temperamento mi pare rivelato plasticamente dal massiccio libro in pietra del monte Reventino, opera di uno scultore locale, che troneggia nel suo studio. Esemplificazione concreta di un carattere, ma soprattutto dell'impegno di una vita di imprenditore e di imprenditore culturale. L'impegno di un cammino paziente, ostinato e senza ostentazioni, che lascia però i segni, le impronte, del proprio avanzare.

(intervista a cura di Antonio Minasi)

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