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Gazzetta del Sud - 29 dicembre 2001
Quando sulle Pre Serre si forgiavano gli uomini politici di 'razza'

CHIARAVALLE – La ricostruzione della storia di un Comune, relativamente piccolo, soprattutto se si tratta del primo serio tentativo di uno studioso locale, è pur sempre impresa lodevole e sicuramente da incoraggiare. Se questo poi ha esercitato per lungo tempo il ruolo di comune leader di un intero circondario, allora diventa qualcosa non circoscrivibile ai suoi ristretti confini municipali.
La sua area di interesse si estende oltre le proprie mura e diventa patrimonio più ampio e condiviso, fin a intersecarsi con l’evoluzione degli avvenimenti storici e politici della Calabria. Addirittura si proietta sull’intera nazione, se si indulge a ripercorrere, come ha fatto Francesco Squillace con la monografia ‘Chiaravalle Centrale nello sfondo politico del tempo, 1941-1993’, pubblicato da ‘Calabria letteraria editrice’ e pervenuto in breve tempo alla seconda edizione, le fasi delle vicende amministrative dal dopoguerra a oggi.
E ciò per le accese campagne elettorali, dagli esiti alterni, che le hanno animate. Campagne che hanno visto, specie immediatamente dopo la Liberazione, contrapporsi due forti segmenti di popolazione. Da una parte la classe dei notabili (retaggio dell’Italia post-unitaria che aveva superato indenne, e non senza qualche compromesso, il ventennio fascista) alleata al ceto me dio emergente e che aveva nella Dc il proprio principale referente; dall’altra un variegato movimento composto perlopiù da braccianti e contadini che si riconosceva nei due maggiori partiti della sinistra, Psi e Pci, dei quali quest’ultimo esercitava in pratica l’intera egemonia.
Ma l’aspetto più rilevante di questo studio, notevole sia per la vastità delle ricerche d’archivio e il rigore metodologico che lo contraddistingue, oltre che per la passione e l’onestà intellettuale e politica dell’autore, è il fatto che mette in evidenza l’essere stata, lungamente, Chiaravalle Centrale un vero e proprio laboratorio (una fucina, verrebbe fatto di dire) per molti giovani che aspiravano a intraprendere la carriera politica. Da qui mossero i primi, più o meno timidi, passi personalità che avrebbero avuto dei posti ragguardevoli nelle istituzioni e nei vari governi centristi e di centrosinistra di questo Paese.
Si pensi a uomini che furono parte integrante della nostra classe dirigente e che rispondono ai nomi dei parlamentari democristiani Mario Ceravolo, Tommaso Spasari, Ernesto Pucci, Angelo Donato, o del comunista Costantino Fittante, che qui ebbero i natali. In particolare Ceravolo, deputato per tre legislature (1948-’53 e ’58), passò singolarmente alla cronaca per essere stato colui che prestò i primi soccorsi a Palmiro Togliatti, in qualità di unico medico presente a Montecitorio, quando l’allora segretario del Pci fu fatto segno di un attentato, il 14 luglio del ’98, per mano dello studente siciliano Antonio Pallante.
A questi nomi fa da corollario tutta una pletora di consiglieri provinciali figli di questa terra che si succedettero nei nove lustri presi in esame da Squillace: dallo stesso autore, avvocato e politico di razza (è stato assessore e poi presidente dell’Amministrazione provinciale, nonché segretario della federazione democristiana, di Catanzaro negli anni Settanta), al repubblicano Celestino Caticalà (padre dell’attuale segretario generale della Presidenza del consiglio, Antonio); al comunista Francesco Domenico Meliti, preminente figura di tribuno, autodidatta ed ex operaio, che per ben due tornate fu sindaco del paese; al democristiano Domenico Catricalà, fin ad arrivare ai giorni nostri con i due eletti al Palazzo di vetro di Catanzaro, Santo Sestito (Ccd) e Giuseppe Maida (Ds).
Chiaravalle Centrale non era affatto scevra da precedenti esperienze politiche di un certo spessore. Già nel 1913 era stata teatro di memorabili avvenimenti che vide schierati nel proprio collegio Francesco Spasari (padre del senatore Tommaso) e PierNicola Gregoraci oltre a Gaetano Politi, terzo candidato invero ininfluente. Si era all’indomani dell’introduzione del suffragio universale e della stipula del Patto Gentiloni che riportava i cattolici direttamente nell’agone politico e sanciva di fatto il superamento delle ostilità, nei confronti del giovane Stato italiano, imposte col «Non expedit». Veemente e massiccia fu la mobilitazione della curia diocesana di Catanzaro-Squillace, che aveva il suo campione nel vescovo Eugenio Tosi, contro il blocco liberal-massonico e i suoi rappresentanti politici. Francesco Spasari era uno di questi in quanto notoriamente massone.
Fu una campagna elettorale disputata all’insegna dell’ultimo voto, conteso porta a porta e su tutte le piazze del collegio. Spasari, addirittura, si rese protagonista di un gesto eclatante quando, giunto nella piazza di Squillace, si rifiutò ostentatamente di recarsi in visita di cortesia in vescovado, contrariamente a quanto avevano fatto gli altri due contendenti. Al ballottaggio del 2 novembre si impose Gregoraci, ma questi, al comizio di ringraziamento in piazza Dante non si peritò di fare «outing», come si direbbe oggi. Nel senso che rivelò di essere stato sempre liberale, allora più che mai. Anzi rimarcò che era anch’egli un affiliato alla Massoneria in una loggia napoletana al pari del suo avversario sconfitto. Niente male in fatto di trasformismo e opportunismo politico!
Questa circostanza viene trattata nel libro solo marginalmente. Non senza ragione plausibile: l’intervallo preso in esame è di gran lunga posteriore. Tuttavia non mancano, per gli anni a cui il testo fa riferimento, vicende arricchite da particolari e aneddoti tali da attrarre l’attenzione sia del semplice lettore sia di studiosi e ricercatori.
È presente altresì in appendice un utile ‘excursus’ che ripercorre le fasi salienti della politica nazionale per meglio comprendere il contesto nel quale si snoda la storia cittadina. Il volume, d’altronde si legge agevolmente e con gusto dalla prima all’ultima pagina, e indovinata e oltremodo felice è stata «l’idea – come scrive Giulio Andreotti nella premessa – di inquadrare l’attività delle Amministrazioni dei tempi nostri nelle linee della politica nazionale così da poter meglio documentare quanto ha fatto la Dc per Chiaravalle come per la Calabria e il nostro Paese».
Al tempo stesso Francesco Squillace propone una carrellata di profili biografici di tutte le personalità politiche cittadine, compreso se medesimo, il quale preferisce, come giustamente osserva Giampiero Nisticò nella prefazione, «comparire nel coro... come facevano i pittori del nostro Rinascimento che si autoritraevano nella moltitudine della rappresentazione».
Da questa scenografia, però, vengono escluse quelle figure che hanno scandito gli ultimi nove anni di attività amministrativa, guarda caso caratterizzati da gestioni di centrosinistra.
A ragion veduta, c’è da presumere, e in perfetta buona fede.

Francesco Pitaro

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