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Gazzetta del Sud - 04 febbraio 2002
Ricostruzione storica di Francesco Squillace
Quell'omicidio 'eccellente' nella Calabria borbonica

Diceva Luigi Pirandello che «la vita o la si vive o la si racconta». E a volte si preferisce prima viverla e poi, in età matura, raccontarla. O come rispose in un'intervista radiofonica Gesualdo Bufalino a chi gli chiedeva come mai fosse approdato alla narrativa ormai avanti con gli anni, aveva passato i sessanta: «Non avevo con me abbastanza ricordi da trasmettere agli altri». È quel che, mutatis mutandis ovviamente, è successo a Francesco Squillace, avvocato ormai sulla soglia della pensione, politico democristiano di lungo corso (oggi confluito nelle file di Forza Italia) e che di recente si è scoperto scrittore di storia ed eventi locali. Dopo essersi distinto per la serietà, l'obiettività e la gradevolezza di stile con cui ha affrontato l'evoluzione della vita politico-amministrativa di Chiaravalle Centrale, comune dove è nato e ha esercitato per lunghi anni la sua professione, torna di nuovo nelle librerie con una pubblicazione che riesume, a distanza di più di un secolo e mezzo, un caso giudiziario che allora scosse fortemente l'opinione pubblica calabrese. Ancora una volta è la cittadina di Chiaravalle Centrale teatro della vicenda, in quanto sede, allora come oggi, di sezione staccata di Tribunale (l'ex Pretura) e di carceri mandamentali. E di nuovo attraverso una breve esposizione di un ordinario evento di cronaca, anche se inusuale per una regione come la Calabria della prima metà dell'Ottocento. In esso l'autore offre un chiaro spaccato della società calabrese di quel periodo, indicando più d'una chiave di lettura, in termini sociologici ma anche giuridici, per interpretare e capire certa realtà contemporanea. In « Assassinio di un giudice su la Gran Via di Chiaravalle », edito da Calabria letteraria editrice di Soveria Mannelli, Squillace ricostruisce, con indubbia competenza e acribia, il delitto del giudice Domenico Scaramuzzino avvenuto la notte del 30 agosto del 1835, in pieno centro abitato sull'attuale via Francesco Spasari. Il magistrato era di Nicastro ma risiedeva a Chiaravalle dove ricopriva la carica di presidente del locale Regio tribunale. Le cronache dell'epoca lo descrivono come «una persona pacifica, onesta e zelante» e nulla, intorno alla mezzanotte di quell'ultimo sussulto d'estate, lasciava presagire un imminente agguato mortale alla sua persona. Né tanto meno il mite Scaramuzzino avrebbe potuto lontanamente immaginare che la mano omicida sarebbe stata quella di un suo sottoposto: l'usciere Domenico Antonio Pisani di Vibo Valentia ed ex soldato borbonico. Spirito sicuramente inquieto e in preda a turbe depressive, Pisani si era convinto di essere perseguitato dal suo diretto superiore, il quale non voleva «affidargli alcun affare, e che, simpatizzando più con gli altri uscieri, poco si curava di lui». Il che lo faceva stare, «sempre indignato e di malumore». In effetti, a leggere gli atti della sentenza della gran Corte criminale della Calabria Ultra II che condannava Pisani alla pena di morte, successivamente commutata a quella dell'ergastolo, e che Squillace sapientemente ha recuperato e ordinato, l'attentatore era tutt'altro che un impiegato modello ed efficiente. Era privo infatti «dell'istruzione necessaria all'esatto disimpegno della sua carica»; inoltre denotava «scarsezza degli affari a trattare, deficenza degli emolumenti a percepire». Per un intero anno Pisani covò dentro di sé il sentimento dell'odio e della vendetta nei confronti del magistrato. Finché non gli fece la posta con un fucile dalla finestra della sua casa sulla Gran Via, nella parte storica di Chiaravalle «di fronte al palazzo di don Felice Rossi». Due «palle di un'oncia ciascuna» lo raggiunsero alla nuca da distanza ravvicinata (trenta palmi, qualcosa come sette metri e mezzo), rompendogli la «vertebra cervicale, il corrispondente midollo cervicale» e recidendogli «l'arteria carotide destra» facendolo «stramazzare cadavere sul selciato». Si concludeva così la vita di un integerrimo «servitore dello Stato», come diremmo oggi, in servizio presso un piccolo distretto di provincia. Si era negli anni in cui l'unità d'Italia era ancora di là da venire e l'assassinio di Emanuele Notarbartolo, il presidente del Banco di Sicilia nell'Italia crespina, sulla tratta ferroviaria Sciara-Palermo, sarebbe arrivato da lì a quasi mezzo secolo. Va da sé che l'avvenimento oggetto della ricerca di Francesco Squillace ha poco a che fare con la tipologia dei reati di mafia, che la storia passata e recente ci hanno fatto tristemente conoscere. Anche se una certa contiguità con quella fattispecie non va del tutto scartata. Ma certamente l'uccisione del giudice Scaramuzzino, che l'uomo politico e di legge chiaravallese ha saputo riportare d'attualità conferendole dignità letteraria, ha inaugurato la triste trafila di «morti eccellenti» per mano criminale che hanno insanguinato il Mezzogiorno (Sicilia e Calabria in particolare) in tutto il secolo appena trascorso.



Francesco Pitaro

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